Intervista al nuovo responsabile della comunità pastorale san Giovanni Paolo II

Come da decreto dell’arcivescovo  Mario Delpini, dal 4 settembre  scorso mons. Luca Violoni è ufficialmente il nuovo responsabile della comunità pastorale San Giovanni Paolo II di Seregno e parroco di S. Giuseppe. 


Domenica 6 alle 18 ha celebrato la messa per la prima volta in Basilica e la sera ha presieduto la processione della Madonna dei  Vignoli. Tra lunedì e martedì ha traslocato da San Giuliano Milanese a Seregno con la mamma Antonia.


Mercoledì lo incontro nel suo studio in casa prepositurale, lo stesso arredamento che aveva con don Bruno Molinari e prima con don Silvano Motta, dopo la radicale ristrutturazione, salvo la sostituzione di due quadri, uno con l’effigie di san Giovanni Paolo II, il ‘papa amico’ della città e patrono della comunità pastorale che gli è stata affidata, l’altro del card. Carlo Maria Martini, l’arcivescovo che lo ha ordinato prete l’8 giugno del 1996, giusto trent’anni orsono, all’età di trent’anni essendo nato il 14 luglio del 1965.


Qual è la prima impressione che ha avuto arrivando in città, al di là degli incontri che ha avuto nei mesi scorsi con diaconia, consigli affari economici, consiglio pastorale, responsabili di realtà della comunità?

“La prima impressione è stata intanto di una grande ricchezza di storia, di progetti, di iniziative e anche nelle primissime celebrazioni di una grande concentrazione della gente nella preghiera. Ho sentito che stavano davvero pregando tutti intensamente. Questa naturalmente è un’esperienza molto bella. Poi celebrare in una Basilica in cui sono appena finiti i restauri, con tutta questa bellezza, naturalmente aiuta. Con queste otto colonne che circondano le beatitudini scritte nella cupola: mentre alzavo la testa celebrando le avevo davanti agli occhi, ‘beati quelli che hanno fame e sete della giustzia’, ‘beati i poveri di spirito’, beh, mi dicevo, è proprio questo che il Signore ci chiede. 
Anche al Santuario dei Vignoli, adesso tirato a lucido mi è venuto da dire, caspita, ma allora se i nostri avi hanno fatto una cosa così bella, così curata, anche noi dobbiamo imparare a trasmettere la fede con così grande attenzione, con così grande cura, con così grande impegno. 
Ho sperimentato quindi qualcosa di molto vivo e ho visto questo anche come un compito nella trasmissione della fede  che dobbiamo continuare. Sicuramente dobbiamo capire cosa chiede la gente, cosa c’è nel cuore della gente, chi viene in chiesa e chi non viene, tutti quanti, cosa vive  la gente qui a Seregno? Cos’è che sta più a cuore alla nostra gente, a chi abita in questa città? Perché, come si dice, dare una risposta a una domanda che non c’è è sempre una strada, un vicolo cieco. Quali sono le domande che hanno le persone? Se il nostro annuncio incontra, intreccia in profondità le domande allora c’è l’incarnazione del messaggio del Vangelo, senno ci sono dei piani paralleli. 
Anche con il consiglio pastorale, degli affari economici, la diaconia abbiamo già fatto degli incontri belli, ricchi che mi hanno fatto capire che c’è stato tanto lavoro ma che c’è anche ancora tanto tanto lavoro di fronte a noi. E sono molto contento di poter fare questo lavoro insieme anche perché mi sembrano delle prospettive interessanti che sono già emerse”.


Il suo arrivo di fatto coincide con una fase di comunità pastorale per certi versi terminata ed un’altra per altri appena iniziata, dopo il primo decennio. Senza trascurare che nel frangente la comunità tutta ha vissuto un momento difficile per la nota vicenda di don Samuele Marelli, quasi un ammonimento a non cullarsi sugli allori. Come valuta dunque questo particolare momento di passaggio?

“Sicuramente ci sono momenti di cammino nella continuità e ci sono momenti di discontinuità. Ci sono fatti nella vita, a volte imprevisti, che costringono al cambiamento. Possono essere fatti di natura mondiale ma ci sono anche fatti locali, come sappiamo. Quindi noi dobbiamo essere molto consapevoli che non si tratta di conservare stando fermi. Sant’Agostino nelle ‘Confessioni’ dice che la nostra vita è come quella di un uomo che si trova su un fiume ed è controcorrente: solo per stare fermo deve nuotare controcorrente. Se stiamo fermi la vita ci travolge, se anche solo ci muoviamo poco al massimo stiamo in equilibrio. Per cambiare il corso bisogna veramente crederci profondamente, bisogna lavorare attivamente, non ci sono allori sui quali stare seduti. 
E bisogna vigilare. Il card. Martini diceva: c’è una pedagogia della vigilanza. Bisogna tenere gli occhi aperti, anche sulle minacce che incombono sulla comunità. Vigilare è un modo per amare la comunità, non aspettare solo che ti trovi in testa una tegola, ma guardare più avanti. Quindi siamo chiamati a risvegliare la nostra fede in Gesù crocifisso e risorto e impegnarci in una trasmissione gioiosa, come ci ricorda l’arcivescovo Mario nella proposta pastorale. Una trasmissione pesante e pensosa non è una trasmissione evangelica. Dobbiamo vivere qualcosa noi che interroghi gli altri. Però con una prospettiva grande, non di piccolo cabotaggio, ma avendo  fiducia nelle cose che Dio vuole fare per questa città. La domanda è: qual è il sogno di Dio per questa città, cosa Dio ha nel cuore per Seregno, che cosa  lui sogna, desidera per noi? Dobbiamo un po’ sintonizzarci con i suoi grandi desideri. 
Naturalmente la Chiesa è già molto attiva, ma anche la città è molto attiva, quindi sicuramente ci sono tante risorse. Bisogna chiamare a raccolta le energie, perché senza la partecipazione del popolo di Dio non esiste alcun futuro. Il soggetto è il popolo di Dio”.


Venendo già da una esperienza di costruzione di una comunità pastorale come quella di San Giuliano M., arrivando in una realtà più o meno simile per dimensioni e per cammino intrapreso, hai avuto modo di notare delle differenze o è ancora presto?

“Ma intanto va detto che i passaggi alla comunità pastorale  non sono dei passaggi automatici e che si realizzano per decreto. A San Giuliano ho visto, ma penso anche qui, che veniamo da 400 anni e oltre in cui la nostra vita si è basata su un’idea di parrocchia e questo è un cambio epocale, un cambio, e lo ribadisco, dopo oltre 400 anni, di un modello che non cancella le parrocchie, anzi, ma che le ripensa in modo nuovo, più condiviso, con una pastorale di insieme missionaria più attiva, più profonda. Chiaramente ogni parrocchia tende a mantenere  il suo cammino e rischia di diventare autoreferenziale, di avere un cammino centrato su di sé, quindi magari può rischiare di vivere la comunità pastorale come una realtà che toglie qualcosa. 
Allora, se le parrocchie vivono la comunità pastorale come qualcosa in più, qualcosa che non c’entra con loro, qualcosa che toglie, allora si chiudono. Se le parrocchie invece dicono no, questo rende ancora più viva la realtà, è un’opportunità di fede necessaria in questo contesto, perchè non potremmo essere una Chiesa così unita e così condivisa da soli, allora le comunità pastorale mettono insieme tante risorse e l’annuncio diventa significativo. 
Il messaggio è che le parrocchie non sono da chiudere ma che non possono più essere autoreferenziali. La comunità pastorale è un’occasione straordinaria per rendere la Chiesa ancora più profonda, ancora più attiva, ancora più missionaria, per raggiungere ancora di più tutti. 
Il tema non è, o la comunità o le parrocchie, è la comunità pastorale fatta di parrocchie che però si aprono. Si aprono e riconoscono anche il proprio limite. Anche la comunità pastorale riconosce che non bisogna cancellare le parrocchia, che hanno una storia, una bellezza. Bisogna essere aperti a questa dimensione. 
Anche a San Giuliano all’inizio dicevano: adesso le parrocchie verranno chiuse, ma poi hanno capito che non si trattava di chiudere, ma che si trattava tutti di fare un passo in avanti, anche per realizzare iniziative di maggior valore, per condividere le risorse, le ricchezze. Nessuna parrocchia ha più tutte le risorse per portare avanti le cose, nessuna parrocchia è una res pubblica cristiana, e d’altra  parte è giusto che mantenga i suoi segni di identità.  
A parte le diversità sociali che ci sono tra queste due città, credo che sarà bello se riusciremo a mostrare che la comunità pastorale non è un problema, non è una struttura ulteriore, ma è un dono che la Chiesa ci fa, che il Signore ci fa per un’evangelizzazione ancora più significativa. Questo vuol dire mettere insieme le strutture, le realtà, se abbiamo quattro scuole, se abbiamo tre società sportive bisogna che capiamo come condividere il progetto, se abbiamo sei oratori  bisogna capire come articolare una pastorale giovanile. Senza difendersi ma con uno spirito, con un cuore aperto”. 


Rispetto proprio al tema delle strutture, in una realtà come quella di Seregno che ne è particolarmente ricca e per taluni versi abbondante, ha già un’idea di come procedere?

“Il mio desiderio è veramente di camminare con questo popolo e insieme avere una visione condivisa tenuto conto delle sfide del Vangelo di oggi,  per poter decidere che cosa è opportuno e che cosa magari invece può essere ripensato, o che cosa invece non ha più motivo d’essere.
Però bisogna avere uno sguardo sia ecclesiale ma anche civile: noi siamo in una città dove ci sono anche da questo punto di vista tantissime strutture e  iniziative e dunque dobbiamo leggerci dentro il contesto più ampio. Questo richiederà un po’ di tempo, però alla fine penso che arriveremo a prendere qualche decisione, anche per poter concentrare gli sforzi su ciò che per noi è più vitale.
Quando una struttura richiede impegno per essere conservata, ma non comunica niente quanto al Vangelo, allora bisogna porsi delle domande, perché comunque abbiamo delle risorse limitate anche come persone, quindi è bene concentrarle laddove veramente ci sono dei motivi per una presenza. E poi ci sono delle nuove sfide, quindi bisogna dirigere delle risorse anche in nuovi campi. 
Dobbiamo tenere un po’ insieme tutte queste cose, quindi non saprei dire cosa decideremo, però il metodo è quello di coltivare una visione di insieme, ecclesiale e civile. In quel contesto matureranno le scelte”.


Luigi Losa