Un gruppo di giovani seregnesi e bergamaschi nella missione di don Luciano Mariani
Quest’estate, insieme ad altri ragazzi come me, Simone De Piaggi di Seregno e altri di Bergamo, sono partita per venti giorni di campo di servizio in Madagascar, nella missione di don Luciano Mariani, orionino, originario di Santa Valeria che vi opera da 25 anni (la congregazione è presente dal 1976).
Il nostro cammino in questa terra lontana è stato guidato da una frase che è risuonata in noi in ogni momento dell’esperienza: “Non si vede bene che con il cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi”.
Con questa consapevolezza nello zaino, siamo partiti per Miandrarivo, un piccolo villaggio isolato che è diventato la nostra casa per una settimana. Appena arrivati ciò che colpisce è il contrasto tra il paesaggio meraviglioso e la popolazione vestita di abiti umili, segnati dalla terra e dall’uso quotidiano. È lì, tra la polvere delle strade e l’accoglienza delle persone locali, che il servizio ha preso forma.
Abbiamo lasciato andare quasi tutte le nostre comodità: non c’era più connessione per i cellulari, cosa che ci ha costretto (e aiutato) a staccare del tutto la spina dal resto del mondo. Le giornate si dividevano tra il lavoro manuale presso il liceo e i momenti passati giocando con i bambini che si incontravano percorrendo le strade del villaggio. Ogni volta che ci vedevano arrivare esplodeva in loro un entusiasmo indescrivibile. Facevano a gara per tenerci per mano, urlavano continuamente i nostri nomi e ci alleggerivano le giornate con il loro sorriso genuino. In quel contesto così essenziale, gli adulti e i bambini di Miandrarivo ci hanno insegnato il valore dell’accoglienza e della gioia più pura: quella che dona senza aspettarsi nulla in cambio, fatta di sguardi grati e di una generosità che non misura mai ciò che dà.
Dopo la settimana a Miandrarivo, il nostro viaggio è proseguito con il ritorno nella capitale, Antananarivo, dove ci attendeva un tipo di servizio differente. Qui le nostre mattinate sono trascorse a scuola tra attività e momenti di svago. Ogni mattina il grande cortile della missione si riempiva di bambini di ogni età che indossavano con fierezza la loro divisa. Con loro abbiamo riso e giocato, superando ogni barriera linguistica. Abbiamo condiviso gesti, sguardi, parole che rimarranno per sempre incisi nel nostro cuore.
Il pomeriggio a piccoli gruppi andavamo in visita alle famiglie dei bambini della scuola nelle loro abitazioni. Varcarne la soglia significa entrare in spazi che è difficile chiamare “case”: sono piccole baracche di legno, ma l’accoglienza è immediata.
Lì ci hanno affidato le loro storie, spesso commuovendosi per il peso di ricordi e sacrifici. In ogni sguardo si percepiva la fatica di una vita passata a lavorare duro per riuscire a garantire un futuro quanto più dignitoso alla propria famiglia.
Entrare in contatto con la povertà significa accettare di lasciarsi ferire da essa. È un impatto che ridimensiona ogni nostro problema, ci scopre impotenti di fronte a sofferenze così grandi, ma ci restituisce uno sguardo immensamente più umano e profondo.
Durante le settimane di servizio abbiamo offerto a questo popolo un sostegno diverso, fatto di piccoli gesti e sorrisi. Non siamo andati per cambiare il mondo o per insegnare qualcosa, ma per metterci in ascolto, camminare al loro fianco e donare il nostro tempo. Un sostegno silenzioso, capace però di abbattere ogni barriera e di creare legami autentici.
Al termine di questa esperienza non posso che dire grazie al Madagascar per avermi riempito il cuore di vita e di gioia. Lì, tra quelle strade e quei volti, lascio tutta me stessa con il desiderio di ritornare.