Don Bruno Molinari racconta i suoi cinquant’anni da sacerdote
“Il momento più bello della mia giornata è al mattino presto quando vado in Basilica, tra le 7 e le 7,30 e non c’è ancora nessuno: me ne sto nel silenzio a pregare e percepisco la presenza del Signore e la sua fedeltà che dura da cinquant’anni. Il salmo responsoriale della messa di ordinazione in Duomo, il 12 giugno del 1976 per mano dell’allora arcivescovo, il card Giovanni Colombo, recitava “Il Signore è fedele, fedele per sempre”. In questo lungo periodo ho imparato, senza che fosse un’operazione voluta o studiata, a semplificare tante cose, a sgrezzarle, ripulirle, portandole davanti al Signore. Questa risposta di fedeltà mi ha aiutato a semplificare anche le relazioni, a vivere anche i momenti difficili, le sofferenze che ci sono state, ma neanche troppe. E anche la sera concludo la giornata nel silenzio della mia camera recitando il rosario e mettendo davanti al Signore tutto quel che è successo. Questo atteggiamento mi ha sempre aiutato, fortificato, anche da giovane prete. Ho scelto di essere al servizio del Signore e di conseguenza della Chiesa, che è mia madre, che non sempre è perfetta ma che amo così com’è, proprio come si ama una mamma”.
Don Bruno Molinari, da tempo ho messo da parte il ‘mons.’ con il quale mi rivolgevo a lui in forza di una familiarità cresciuta per vicinanza e collaborazione su tanti e vari fronti, apre il suo cuore di prete da cinquant’anni verso la fine di una lunga chiacchierata, interrotta da telefonate, soverchiata all’inizio dalle notizie sul suo successore, sul suo incontro con il papa insieme ai compagni di messa, sulle tappe, le scadenze, sul dove andrà, quando, come...
La fede e l’obbedienza sono il filo rosso che lega e accompagna tutta la vita sacerdotale di don Bruno affrontata sempre con serenità.
“Guardo con gratitudine a questi 50 anni - osserva - perchè ho ricevuto dal Signore di più di quel che ho dato, così come dalle tante relazioni belle e buone che sono riuscito a costruire nel tempo e ovunque sono stato mandato, a volte con sorpresa, frutto di situazioni non previste, sperate, ma risultate positive, che mi hanno dato forza”.
Nel riavvolgere il nastro del suo percorso sacerdotale, fede e obbedienza accompagnano sempre don Bruno.
“Dell’ordinazione ricordo soprattutto l’emozione della preparazione, dell’attesa durante gli esercizi spirituali a Rho che sempre la precedono. L’allora rettore del seminario, dov’ero entrato nel ‘69 per l’anno propedeutico e i cinque di teologia, mons. Attilio Nicora, mi aveva anticipato che sarei stato destinato ad Albiate, dov’ero stato nell’ultimo anno di diaconato, dopo presenze anche a Olgiate Molgora e Sirtori. Al che risposi un po’ sfacciatamente che non era prassi che un novello prete venisse destinato dov’era già stato da seminarista. La sua risposta fu fulminante ‘La prassi non sei tu’ e compresi cosa voleva dire l’obbedienza”.
Ad Albiate il giovane don Molinari poi restò per 19 anni lasciando ricordi indelebili ancora oggi.
“Allora era normale che un prete restasse a lungo nello stesso posto e d’altro canto il parroco don Giuseppe Sala, un’istituzione, ci rimase tutta la vita, da coadiutore a parroco a sacerdote residente sino alla morte. Ad Albiate ho vissuto tutte le esperienze di prete dell’oratorio accompagnando nella crescita e nella fede intere generazioni di ragazzi, giovani, famiglie. Si faceva la catechesi per tutti i ragazzi la domenica mattina dopo la messa delle 9,30, occupando tutti gli spazi possibili e immaginabili, persino dentro casa mia. Quando nel ‘95 mi arrivò la nomina a parroco di Bovisio don Giuseppe tentò di opporre resistenza ma invano”.
Iniziò così una nuova esperienza, più matura, di responsabilità di una comunità.
“A Bovisio ho trovato una parrocchia, san Pancrazio, che scontava l’aver avuto un parroco anziano e malato e dove tra l’altro serpeggiava un po’ di campanilismo con l’altra parrocchia di S. Martino di Masciago (ora fanno parte della stessa comunità pastorale ‘Beato Luigi Monti’) con cui iniziai ad avviare un lavoro pastorale comune.
Avevo come coadiutore don Giuseppe Galbusera che di lì a poco venne nominato parroco del Ceredo a Seregno dove lo accompagnai per l’ingresso. Ebbi come coadiutore per pochi mesi anche don Massimo Donghi scomparso di recente a Limbiate stroncato da un tumore a 56 anni.
A Bovisio l’esperienza più importante sotto ogni profilo e che mi ha segnato particolarmente, fu la preparazione alla beatificazione nel 2003, in piazza san Pietro da papa Giovanni Paolo II, di padre Luigi Monti, fondatore della congregazione dei Figli dell’Immacolata Concezione (Concezionisti), che lì vi era nato e cresciuto come giovane falegname, denunciato anche per cospirazione per il clima di anticlericalismo che soffiava nella seconda metà dell’800 e finito addirittura in carcere a Desio.
Una figura molto cara alla gente di Bovisio talchè riuscimmo a fare una ‘missione’ di preparazione spirituale alla beatificazione con 44 tra frati, suore e novizi francescani ospitati dalle famiglie per una settimana.
Misi mano anche ad interventi sulla sala della comunità ‘La Campanella’, così come alla scuola dell’infanzia parrocchiale e alla stessa chiesa dedicando un altare al beato Monti spostando quello di S. Giuseppe con qualche mugugno da parte dei falegnami di cui è notiriamente il protettore.
Quando agli inizi di dicembre del 2000, dopo dieci anni da parroco, l’allora arcivescovo Dionigi Tettamanzi mi propose la nomina a vicario episcopale di zona a Lecco non esitai a dirgli che ero molto perplesso, che mi trovavo bene a fare il parroco. Ma poi obbedii”.
E iniziò quindi una esperienza del tutto diversa e particolare.
“Iniziai l’1 gennaio del 2006 ed era il momento in cui si avviavano ovunque in diocesi le comunità pastorali. La zona di Lecco aveva 181 parrocchie e quindi mi dedicai al lavoro preparatorio e alla costituzione di 29 comunità delle 50 che avevo ‘disegnato’ in base alla geografia, alla storia, alle tradizioni. Poi con l’avvento come arcivescovo del cardinale Angelo Scola e del mio successore, don Maurizio Rolla, c’è stata un po’ una frenata.
La parte più bella dell’esperienza lecchese è stata però la relazione con i preti e i laci impegnati nelle parrocchie. Mi feci e cercai di mantenere il proposito di visitare tutte le parrocchie almeno una volta all’anno e di celebrare in tutte le chiese, che sono più d’una, a Vendrogno, 300 abitanti, addirittura dodici”.
Arriviamo, anzi don Bruno arriva a Seregno, nel 2012.
“Dopo cinque anni Tettamanzi mi aveva riconfermato a Lecco ma poi l’arcivescovo Angelo Scola decise di cambiare quasi tutti i vicari e così fui destinato a Seregno.
Dove trovai due comunità pastorali già avviate da mons. Silvano Motta, Maria Madre della Chiesa (Basilica, S. Valeria e Ceredo) e San Luca (S. Ambrogio, Lazzaretto e San Carlo) ma con la seconda che aveva cambiato guida da don Giovanni Olgiati a don Renato Bettinelli. E in più la soppressione del decanato di Seregno con l’accorpamento con Seveso. Accelerai dunque la costituzione della comunità pastorale cittadina ufficializzata nel settembre del 2014 dallo stesso Scola. Da allora è iniziato un cammino, faticoso, difficile, d’altro canto per ‘impiantare’ le parrocchie volute da San Carlo ci sono voluti secoli, per ‘spiantarle’ ci vuole tempo, pazienza, ci sono ritardi ma ci sono state e ci sono buone prassi e anche tante speranze.
Non si tratta peraltro di cancellare tradizioni ma semmai di valorizzarle, con un cammino comune, con la diaconia, con il consiglio pastorale, con alcuni momenti liturgici e pastorali comuni, con una comunicazione corale, da ‘L’Amico della Famiglia’, ai fogli degli avvisi settimanali, al calendario, al sito.
Quello che ho cercato di fare in questi anni è anche di far crescere la comunione con i preti, incoraggiando tutti e sempre a camminare insieme. Se non c’è comunione non c’è testimonianza.
Ora inizia una nuova fase, qualche spinta propositiva e nuova farà bene”.
Cosa si porta via don Bruno da Seregno forse, per chi scrive, è scontato ma non banale.
“Penso proprio che mi porterò nel cuore la Casa della Carità che sento come un’ottima idea che siamo riusciti a realizzare. Già a Lecco in una relazione per la Caritas di zona avevo lanciato una idea del genere e l’allora presidente della Carita ambrosiana, Luciano Gualzetti, mi aveva chiesto a cosa pensavo in concreto.
Arrivato a Seregno mi sono reso conto che c’era una presenza, un lavoro, un’abbondanza di realtà che si occupavano di carità, e tenendo conto degli insegnamenti del cardinale Carlo Maria Martini su educazione e carità, quando si è presentata l’occasione e la Provvidenza ci ha dato una mano attraverso le Figlie della Carità di San Vincenzo con l’ex convitto di via Alfieri siamo partiti, addirittura nel pieno dell’epidemia da Covid.
E’ la cosa più bella che mi è capitata da prevosto”.
Confesso, quando sono venuto via dalla chiacchierata un po’ di ‘magone’ ce l’avevo.
Grazie don, e auguri non solo per i 50 anni...