Monsignor Mario Delpini ha celebrato i 60 anni della chiesa di Sant’Ambrogio

1. Io, io.

Io, io, io ho fatto grandi imprese. Io ho sconfitto il gigante e liberato il popolo dalla paura. Io, io ho conquistato e consolidato il regno di Israele; io, io ho dato pace e prosperità al popolo; io, io ho consolidato le mura e reso prestigioso il regno in mezzo agli imperi potenti della regione. Io, io, dopo aver pensato al mio potere, al mio popolo, adesso voglio pensare anche a Dio, e costruire un tempo che dia gloria al Dio di Israele.

Così Davide, il re vittorioso e glorioso, racconta la storia.

Così si raccontano molte storie. Così anche noi forse guardiamo alla nostra vita, a quello che abbiamo fatto e a quello che dobbiamo fare: io, io.


2. … devo fermarmi a casa tua…

Il profeta contesta la presunzione di Davide di essere frutto di sé stesso, di essersi fatto da solo. Il Signore richiama Davide, il gran re che vuole onorare Dio a riconoscere che la sua vita è grazia di Dio, che le sue imprese sono condotte dalla misteriosa presenza e provvidenza di Dio. Davide, re glorioso, anche tu vivi di una vita ricevuta.

L’ingenua, ottusa convinzione di essere il centro del mondo, di essere protagonisti della propria storia, conduce a momenti di esaltazione e poi a momenti di solitudine e di disperazione.

Per salvarci dalla disperazione e liberarsi dalla presunzione Gesù attraversa la nostra città e con il suo sguardo incrocia il nostro sguardo, come ha incrociato lo sguardo di Zaccheo, il pubblicano ricco.

Zaccheo, scendi subito: non sei tu che cerchi me, sono io che devo fermarmi a casa tua. Zaccheo, che ti sei fatto ricco con il tuo lavoro e i tuoi imbrogli, scendi subito, perché i tuoi soldi ti stanno divorando l’anima, i tuoi affari ti rendono spregiudicato, la tua casa piena di ricchezza è diventata la tua prigione.

Zaccheo, vengo io a trovarti, a casa tua!

 

3. Qualcuno bussa al tuo cuore

Gesù passa per le strade della città, Gesù incrocia il nostro sguardo. Forse distratto, forse glorioso, forse concentrato su quello che abbiamo, su quello che dobbiamo fare. Gesù legge dentro di noi, come ha letto nel cuore di Zaccheo, il fastidio di una vita di imbrogli e di affari, la solitudine imposta dai pregiudizi degli altri (un peccatore), la tristezza di una vita scontenta di sé, la frustrazione e la delusione perché tutto quello che cerchiamo, che possediamo, che cerchiamo di sembrare agli occhi degli altri ci lascia un senso invincibile di delusione e di insoddisfazione.

Gesù incrocia il nostro sguardo e ci chiama: oggi devo fermami a casa tua!



4. La celebrazione della dedicazione della Chiesa.

La chiesa parrocchiale è la presenza stabile di Gesù tra le nostre case. Gesù è qui, come attraversava la città di Gerico: è presente nel quartiere e continua a rivolgerci l’invito: oggi devo fermarmi a casa tua.

Zaccheo l’accoglie, pieno di gioia.



4.1. Chi accoglie Gesù sperimenta la pienezza della gioia.

Chi accoglie Gesù sperimenta di essere amato. Gesù non guarda al mio peccato, Gesù non viene per giudicarmi e castigarmi. Gesù viene a offrirmi la sua amicizia, a offrirmi una luce per un nuovo modo di vivere, di abitare la città. Gesù riconosce la sete di bene, di affetto, di perdono che mi inquieta. Gesù riconosce il grigiore noioso di giornate vissute solo per me stesso.

Il mistero della gioia si apre solo quando la porta di casa si apre ad accogliere Gesù.



4.2. La casa che accoglie Gesù è la casa della fraternità.

Alla presenza di Gesù Zaccheo riconosce una possibilità diversa di vivere, di pensare al denaro, di praticare il suo lavoro.

Così chi accoglie la visita di Gesù può intuire che la sua casa non è un appartamento in cui chiudersi, ma una possibilità di ospitare, di accogliere il bisogno degli altri, di considerare gli altri come fratelli e sorelle.

 

La vita non è destinata a essere una vita privata, ma una vita fraterna. La casa diventa chiesa, cioè luogo per l’incontro, la condivisione della preghiera e della carità.


L’anniversario della dedicazione della chiesa parrocchiale è una occasione per la riconoscenza.

È una vocazione a conversione dall’”io, io, io” al “grazie, grazie, grazie!”. È una vocazione alla fraternità: “noi, noi, noi”.


È così che Dio costruisce la casa per i suoi figli, convocandoli nella fraternità. Abbiamo fatto molto, ma abbiamo fatto per grazia di Dio che continua a bussare alla porta di casa nostra, alla soglia della nostra intimità per offrirci la gioia, per chiamarsi a vivere secondo la sua parola.