L'arrivo di don Luca Violoni apre una nuova fase per la Comunità Pastorale San Giovanni Paolo II, chiamata a proseguire il cammino di comunione, missione e ascolto avviato negli ultimi anni.

Il passaggio che la comunità pastorale san Giovanni Paolo II si appresta a vivere, con l’arrivo a settembre di don Luca Violoni quale successore di don Bruno Molinari che ha concluso il suo mandato e il suo ministero  in ragione dell’età, pur se continuerà ad essere prete generoso e prezioso in quel di Varese, non è di poco conto per tanti aspetti.


Don Luca Violoni, che pure è già prevosto a San Giuliano Milanese dove opera da dodici anni, arrivando a Seregno assumerà il titolo di monsignore, nonchè di prevosto mitrato concesso dal 1923 a mons. Enrico Ratti da papa Pio XI, il desiano Achille Ratti, e ai suoi successori, e sarà non solo il decimo in ordine di tempo della storia della Chiesa di Seregno, ma soprattutto il primo ad assumere la responsabilità di una comunità pastorale già definita e articolata.


E che soprattutto a partire dal 2014, ovvero da dodici anni, ha non solo ricompreso tutte le sei parrocchie esistenti ma ha avviato un cammino di comunione e al contempo di missione, ovvero di annuncio, e mi permetto di aggiungere, di testimonianza del Vangelo, in un contesto sociale profondamente mutato anche a Seregno  dove la fede risulta sempre più marginale ed estranea alla vita ordinaria, quotidiana di tante persone di ogni età ed estrazione sociale, non solo di provenienza ed origine. Una ‘ricomposizione’ se così si può dire, del volto della Chiesa seregnese che è tuttora in itinere al netto di valutazioni, bilanci, considerazioni, programmi e progetti anche di natura pastorale che sono stati in qualche misura fatti, anche giustamente e doverosamente, ma che non sono, non possono e, a mio avviso, non debbono costituire nè un punto di arrivo, nè di ripartenza che dir si voglia.

Per dirla con papa Francesco la comunità pastorale è un ‘processo’ in atto, chiaramente non solo a Seregno, come peraltro reso evidente dall’ampio lavoro sulla sinodalità innescato a livello universale e di cui ancora si devono assumere il senso e la ragione ultima, al pari della sua ‘metabolizzazione’ a partire sempre e comunque dall’ascolto. Una modalità di approccio alla relazione di cui l’umanità ha una fame disperata, come l’aria che respira, ora e sopratutto al tempo o nell’era dell’intelligenza artificiale.


Don Bruno Molinari al suo arrivo nel 2012 trovò due comunità pastorali (Maria madre della Chiesa con le parrocchie della Basilica S. Giuseppe, S. Valeria e S. Giovanni Bosco al Ceredo e San Luca con le parrocchie di S. Ambrogio, San Carlo e B. V. Addolorata al Lazzaretto) avviate nel 2008 dal suo predecessore mons. Silvano Motta (1995-2012). 


Andando a ritroso nella storia più che nel tempo, quattro delle sei parrocchie vennero ‘gemmate’ negli anni ‘50 e ‘60 dall’allora Collegiata S. Giuseppe (Lazzaretto 1962, S. Ambrogio 1963) e da S. Valeria (Ceredo 1964) a sua volta ‘figlia’ (1954) della prima (nata nel 1841), con i prevosti mons. Bernardo Citterio (1957-1963) e mons. Luigi Gandini (1964-1995). Solo la parrocchia di S. Carlo (1905), creata peraltro a cavallo tra Seregno e Desio, ha una storia autonoma sino all’avvento della comunità pastorale. Quelle scelte non furono solo strutturali ma soprattutto pastorali, determinate dalla necessità di rispondere ad un bisogno di luoghi dove vivere la comunione, la preghiera e la fede in una città che stava crescendo tumultuosamente   nel dopoguerra.


Oggi lo scenario è completamente cambiato e don Luca Violoni, come ha del resto ben anticipato al primo incontro con il consiglio pastorale,  è pienamente cosciente (in forza anche della sua esperienza di 12 anni a San Giuliano M.) che la comunità tutta deve interrogarsi su quali sono le risposte che la Chiesa deve sapere e poter offrire alla città e chi ci vive nell’anno del Signore 2026, forse a mio avviso, sul piano umano prima ancora che su quello spirituale.


E’ quel ‘cambiamento d’epoca’, sempre per ricordare papa Francesco, che al di là della definizione in apparenza difficile e anzi impossibile da perimetrare, è nella vita reale di tutti i giorni.


Il passaggio da don Bruno a don Luca contiene in sè anche qualche dato ‘generazionale’. Il nuovo prevosto compirà 61 anni il prossimo 14 luglio, Molinari ne aveva 62 al suo arrivo, Motta 60 (fu prevosto per 17 anni a cavallo del secolo e del millennio). A ritroso nel ‘900 Gandini arrivò a 42 anni e rimase per 31 anni, Citterio a 49 restando solo 6 anni, Enrico Ratti a 46 restando per 41 anni, Dalmazio Minoretti a 48 e rimase 6 anni.


Un’altra epoca per l’appunto, ma come tutti i suoi predecessori anche don Luca arriva per essere al servizio del Signore e per il bene del popolo di Dio, prima che di Seregno. Benvenuto e auguri.


Luigi Losa