L’amarcord di Pierangelo Tentorio collaboratore di don Bruno

Pensavo che scrivere per l’occasione, qualche riga su don Bruno fosse cosa piuttosto semplice, immediata e invece… crisi acuta! 

Flashback, immagini, improvvisi squarci di ricordi lontani confusamente si aggrovigliano sul monitor della memoria e stentano a sbrogliarsi: un continuo e incalzante ping-pong di circostanze, episodi, sentimenti, emozioni…

Sono talmente tanti! Da dove iniziare? A chi o a cosa dare priorità? 

L’oratorio, la parrocchia, le omelie domenicali, la catechesi, i bambini, i ragazzi, gli adolescenti, i giovani, gli adulti, le vacanze, i campeggi, i viaggi… Ce n’è per tutto e per tutti!

Lentamente si dirada la nebbia e con gradualità incessante traspaiono un po’ sbiadite dal tempo ma prepotenti le sembianze del prete, del “don”: l’essenzialità, il mandato, la missione. 

Tutto il resto è conseguente.

“Amarcord”… il primo incontro in oratorio è del 1975; don Bruno, il seminarista “del sabato e della domenica” cui veniva affidata, sotto l’occhio vigile del parroco don Giuseppe, la catechesi dei ragazzi e l’attività oratoriana festiva: il suo ‘farsi le ossa’ con la nostra comunità, la genesi propedeutica alla nuova avventura.

Per volontà divina e ardente desiderio di don Giuseppe ritornò l’anno successivo, esattamente quel lontano lunedì 6 settembre 1976, ad Albiate, novello sacerdote, in qualità di coadiutore.

Da allora per lui, per noi l’inizio di un comune cammino lungo di 19 anni. 

Un mandato per il quale mi viene spontaneo citare il passo evangelico “Egli venne come testimone …”: in fondo la storia di ogni vocazione sacerdotale si intreccia sempre con la testimonianza!

Qualcuno in quegli anni scrisse di don Bruno: “testimone e maestro”. 

Testimone, appunto, di un Vangelo vissuto e riflesso senza fronzoli, di una fede autentica, di un percorso condiviso con altri (il piccolo gregge) sul quale far trasparire il perché della propria presenza.  

Maestro di conversione e rinnovamento, di verità tradotte nelle omelie domenicali con chiarezza e semplicità, ricche di suggestione e di spunti di meditazione, comprensibili a grandi e piccoli, quasi un moderno “catechismo della dottrina cristiana”.

E’ stato educatore nell’oratorio come nelle aule scolastiche, con intuizione e comunicativa, ma soprattutto con la capacità di penetrare “nella mente e nel cuore” di chi gli era vicino, di chi era in ascolto.

Animatore di una quotidianità organizzata e vivificata dalla volontà di far crescere l’individuo  e il cristiano. 

Ed era bello vederlo attorniato dai piccoli come dai grandi, dalle famiglie, dagli “storici” collaboratori dell’oratorio, da tanta gente, ma soprattutto dagli adolescenti e dai giovani che frequentavano la sua casa, ne apprendevano e ne incarnavano gli insegnamenti, ne seguivano le direttive, ne attuavano i progetti; insomma gli volevano bene…

Ecco, questo è stato il “don” nella nostra comunità, nel nostro oratorio. 

Con un paragone azzardato direi: un novello Mosè che ha separato le acque del fiume perché i nostri passi procedessero con sicurezza, convinzione, all’asciutto per poter raggiungere sulla cima dell’Oreb quel roveto ardente inestinguibile che infonde luce e calore alla nostra incerta e fragile fede, alla nostra speranza vacillante e ad una testimonianza tiepida e superficiale.

Forse le mie sono solo suggestioni legate ad un nostalgico amarcord, ma i diciannove/vent’anni vissuti col “don” non possono non lasciare segni indelebili di ricordi, di sentimenti e, soprattutto, di imperitura riconoscenza. 

E come salutammo il suo commiato da Albiate con rimpianto e con bonaria invidia per coloro che erano in procinto di fruire della sua “disponibilità”, oggi quel “magone” lo traduciamo in un gioioso “grazie” perché nei cinquant’anni della sua vita sacerdotale ci ha regalato quella bellissima parentesi vissuta con noi. 

Ad multos annos e tanti auguri monsignore!


Pierangelo Tentorio