Nel discorso alla città l’analisi dell’arcivescovo delle ‘crepe’ della società
Le crepe nella città non mancano. Addirittura i segnali di un crollo imminente. Cinque quelli che l’arcivescovo di Milano mons. Mario Delpini vede come in azione e che si aggiungono alla crisi demografica e di sistema.
Si intitola “Ma essa non cadde, la casa comune, responsabilità condivisa” il Discorso alla città e alla Diocesi pronunciato nella basilica intitolata al patrono S. Ambrogio lo scorso venerdì 5 dicembre.
La prima riguarda una generazione, quella giovane che non sembra voler diventare adulta. Per alcuni la difesa è l’eccesso, con le sue conseguenze.
Ci si mettono poi anche le città che “non vogliono cittadini”, ribadisce Delpini a proposito del dramma delle case che non si trovano. O che non si vogliono mettere a disposizione di chi “non ha abbastanza credito, “non è abbastanza italiano” o non vuole fastidi.
E i cittadini in questo contesto, di fronte ad un sistema di welfare in declino, hanno perfino paura di essere malati. Ne ha per le liste di attesa e per il privilegio accordato a chi paga per intero le prestazioni. Con il non profit che si deve fare carico dei lungodegenti e delle prestazioni ritenute non remunerative dal privato.
Ma la crepa forse più allargata più rimarcata dall’arcivescovo è quella che definisce “intollerabile situazione delle carceri e della repressione come unica soluzione”. Contraddice la Costituzione e il senso di umanità il sovraffollamento e la scarsità di lavoro e di rieducazione insieme alla pena solo come afflizione. Segnale di crisi più subdolo ma non meno pericoloso invece il “capitalismo a servizio dell’individualismo” che si declina come affarismo e finanza malata.
Carichi in grado di far crollare forse anche quella casa costruita sulla roccia che sta in piedi grazie ai tanti che “si fanno avanti” come dice Delpini, ringraziando chi compie il proprio dovere fino in fondo.
E’ la coppia di sposi che “magari rinuncia a molte cose ma non a vivere né a dare la vita”.
Si fanno avanti però anche gli educatori, preti, insegnanti, educatori professionali che sono dei veri e propri testimoni di speranza. Sono loro che si assumono la responsabilità di offrire alle giovani generazioni le buone ragioni per diventare adulti fiduciosi e generosi.
E per provare a riparare le altre crepe si fanno avanti quelli che in carcere non credono che un trattamento più duro migliori le persone; piuttosto che il commercialista, il notaio, l’avvocato che non ci stanno a prestarsi per fare del denaro facile.
Con loro ci sono i rappresentanti delle forze dell’ordine ma anche imprenditori e imprenditrici, il politico e la giovane sindaca del paese; un giovane ed un cittadino comune. Sono quelli che si fanno avanti, si assumono la responsabilità. Nel complesso contesto in cui viviamo l’indifferenza è complice.
Ecco allora che la casa non cade. Perché ci sono persone che si fanno avanti per aggiustarla e renderla abitabile. “Io credo che sia proprio opera di Dio”, conclude l’arcivescovo, “quell’invincibile desiderio di bene, quel senso di responsabilità, quella disponibilità ad affrontare anche fatiche e sacrifici che convince molti a farsi avanti, per camminare insieme, per assumere responsabilità”.