I racconti delle iscritte ai corsi della scuola di italiano per stranieri
Anni fa, Olesia, una signora ucraina del corso di italiano livello A2, tornando da Kiev dopo una visita ai parenti, mi portò in regalo una lunga candela bianca con un decoro al centro, spiegandomi di averla fatta benedire perché portasse luce e speranza nel mio mondo.
Ora, guardandola con attenzione e rispetto, mi chiedo quante candele potrebbero e/o dovrebbero servire per illuminare le menti dei principali attori di questo assurdo e crudele conflitto e arrivare ad una sua risoluzione quanto mai necessaria per tutti, mentre il quarto Natale di guerra è ormai alle porte.
Quest’anno, ai corsi di italiano di ‘Culture senza frontiere’ a Casa della Carità, sono iscritte 30 persone ucraine di cui 24 sono donne provenienti dalle zone più colpite dal conflitto: con alcune di loro si parla spesso della reale situazione di guerra, della resilienza di molti familiari, dell’avvenire dei figli e nipoti senza nascondere scetticismo e paura, causati da un logoramento fisico, psicologico ed anche economico che muta e mina continuamente la loro vita quotidiana.
Non vogliono perdere la speranza in un futuro diverso nella loro terra per cui, pur impegnate nei lavori di cura e di assistenza dei nostri anziani, allontanano nostalgia e, come dice Katya, “brutti pensieri” con lunghe videochiamate consolatorie e confortandosi a vicenda nei loro luoghi di ritrovo.
Ma, con l’imminenza del Natale, abbiamo voluto approfondire, con queste donne tutte di religione ortodossa, usanze e tradizioni di questa importante ricorrenza che vede uniti cattolici e ortodossi nella celebrazione della nascita di Gesù, visto come Salvatore e Figlio di Dio.
La prima differenza più significativa tra il Natale cattolico e quello ortodosso sta nel cambio di data. La Chiesa ortodossa segue il calendario giuliano, chiamato così in onore di Giulio Cesare che lo introdusse facendo cadere il giorno di Natale il 7 gennaio, mentre la Chiesa cattolica segue il calendario gregoriano inaugurato nel 1582 da papa Gregorio XIII che, con alcune modifiche, spostò la data al 25 dicembre.
Il Natale cattolico è celebrato in gran parte dei Paesi europei occidentali mentre quello ortodosso riguarda la parte più orientale dalla Russia fino alle comunità del Medio Oriente.
Le tradizioni e i simboli religiosi di queste comunità sono tuttora molto presenti soprattutto tra la popolazione anziana, attaccata alle radici dell’ortodossia profondamente intrecciate con la storia dell’impero bizantino: l’osservanza del digiuno, anche se non totale, di quaranta giorni e la partecipazione alle funzioni religiose con la venerazione di icone sacre, accensione di candele e canti di salmi, che raggiungono il culmine nella messa di mezzanotte del 7 gennaio ne sono un esempio.
Racconta Irina, da Mariupol, che, per prepararsi al Natale, il mese scorso si è recata in pellegrinaggio in Georgia, dove la fede e le tradizioni religiose sono ancora molto forti e tramandate anche in lingua aramaica da preti o figure carismatiche all’interno di monasteri secolari.
Per i cattolici la preparazione al Natale inizia con l’Avvento che significa “venuta” del Signore e che corrisponde alle quattro settimane che precedono il Natale, con una serie di riti anch’essi molto suggestivi. Il simbolo più evidente è il presepe, rappresentazione plastica della Natività introdotta da san Francesco d’Assisi , un simbolo di fede e speranza che unisce famiglie, comunità e culture con il suo messaggio universale: Dio che si fa uomo per abitare in mezzo a noi.
E poi ci sono le consuetudini culturali e più commerciali, comuni in entrambe le tradizioni come la cena della Vigilia, l’albero di Natale, la figura di Babbo Natale e di san Nicola per i doni ai bambini, i canti e gli addobbi che creano l’atmosfera giusta.
Ricorda Svitlana: “La sera del 6 gennaio, ultimo giorno di digiuno, durante la cena mangiavo la “Kutia”, un piatto di cereali con noci, miele e frutta secca e altre pietanze preparate dalla mamma e dalle zie che richiedevano anche diverse ore di lavorazione. Sul tavolo si mettevano sempre 12 piatti a simboleggiare gli apostoli che seguivano Gesù e si recitava sempre la preghiera del “Padre nostro” come ringraziamento; poi si andava tutti insieme alla messa di mezzanotte che durava fino al mattino”.
In questo periodo di guerra e sofferenza le donne però, sia in patria che all’estero, pur mantenendo vive le principali tradizioni, vivono un Natale più sobrio e incentrato sulla spiritualità recandosi con frequenza in chiese greco-ortodosse viste anche come punti di riferimento per sostegno alle famiglie, momenti di condivisione e occasione per mantenere viva la speranza di ricongiungersi in un futuro non lontano alla propria terra e ai propri cari.