Lettera pastorale alla sua diocesi del patriarca Pierbattista Pizzaballa
La guerra tra Israele e Stati Uniti da una parte e l’Iran dall’altra, con il corollario dei bombardamenti israeliani in Libano ha confinato un po’ in disparte la situazione di Gaza e Cisgiordania, tutt’altro che risolta.
Alla fine del mese di aprile il patriarca latino di Gerusalemme, il card. Pierbattista Pizzaballa ha indirizzato una Lettera pastorale alla diocesi, in cui riflette sul contesto di guerra e sul ruolo della Chiesa in Terra Santa. La domanda a cui tenta di rispondere la lettera indirizzata alla diocesi è questa: come vivere da cristiani nella situazione di conflitto che sta affrontando la Terra Santa?
Già il titolo indica un percorso: “Tornarono a Gerusalemme con grande gioia. Una proposta per vivere la vocazione della Chiesa in Terra Santa”. Ne riporto alcuni stralci.
Così scrive in apertura il card. Pizzaballa
“Nella desolazione, le comunità cristiane restano un segno tangibile di speranza e di coraggiose esperienze di vitalità e fraternità, grazie anche alla costante vicinanza spirituale e fattiva della Chiesa universale”.
“La vocazione di Gerusalemme è guarire il mondo dalle sue ferite. Guarire le lacerazioni con mitezza e col coraggio del perdono: è questa la missione sublime di Gerusalemme, dove i cristiani sono sale, luce e lievito all’interno delle società a cui appartengono a pieno titolo”.
La Lettera è divisa in tre parti. La prima parte è una “valutazione dell’attuale stato di disordine”, per poi “ancorarsi saldamente alla realtà così com’è, riconoscendo però in essa la presenza operante di Dio”.
Nella seconda il patriarca parla di “una visione per la comunità, ispirata e ancorata alla Scrittura, con una precisa connessione a Gerusalemme”.
Nella terza parte il patriarca analizza le implicazioni pastorali delle riflessioni prima esposte, in modo da applicarle alle parrocchie, alle famiglie, alle scuole e alle istituzioni del patriarcato.
Il card. Pizzaballa sottolinea che la lettera non contiene considerazioni e analisi di carattere politico: anche se precisa che la lettera
“è ‘politica’ in senso più ampio, in quanto riguarda il rimanere e vivere, come cristiani, nel mondo reale e nello specifico in Israele e a Gerusalemme, restando però orientati alla vera e definitiva polis: la Gerusalemme celeste”.
L’icona biblica intorno alla quale ruota la riflessione del patriarca è la città di Gerusalemme, che “sta ad indicare la convivenza, la relazione, civile e religiosa”.
Per il card. Pizzaballa non si può non partire dal 7 ottobre e dalla guerra a Gaza,
“eventi spartiacque che, nel peggior modo possibile, hanno chiuso un’epoca e ne hanno aperta un’altra”. “Quello che stiamo vivendo - osserva il patriarca - non rappresenta solo un conflitto locale, ma è il sintomo di un cambiamento di paradigma a livello globale”. Per decenni la comunità internazionale ha creduto in un ordine internazionale basato su regole certe e trattati multilaterali, mentre oggi tutti “sembrano avere aperto gli occhi sulla loro debolezza”. “Assistiamo al ritorno della forza come strumento decisivo per risolvere ogni contesa. La guerra è diventata oggetto di un culto idolatra”.
“È una guerra che si conduce anche con parole e immagini - rileva il patriarca - È sempre più difficile distinguere la cronaca dalla propaganda, mentre ci si interroga su quante persone in queste ultime guerre sono morte per “decisione di un algoritmo”.
La diocesi di Gerusalemme ha vissuto pesantemente le conseguenze di questo caos, partendo dalla dissoluzione delle relazioni, oggi improntate ad odio e sfiducia, la perdita e il logoramento di parole come “convivenza”, “dialogo”, “giustizia”, “bene comune”. Non ultimi gli effetti negativi dovuti alla crisi del dialogo interreligioso, “investito da memorie contrapposte e strumentalizzazioni”.
Quale, allora, la risposta della Chiesa? In questo scenario, la Chiesa è chiamata a dare risposte diverse in realtà eterogenee, a partire da Gaza, dove i cristiani
“sono immersi in una condizione di estrema tribolazione, ma la parrocchia della Santa Famiglia e la Caritas rimangono il Volto di Cristo in mezzo all’orrore”.
In Palestina dove si sta decidendo in modo silenzioso e strutturale il futuro del conflitto israelo-palestinese.
“Se non si interrompe la deriva delle aggressioni causate dall’occupazione e dall’assenza dello Stato di diritto, si rischia la cristallizzazione di una situazione di occupazione permanente che erode ogni possibilità di una soluzione giusta e condivisa”,
avverte il patriarca.
La Chiesa di Gerusalemme
“ha fatto sentire la sua voce provando a pronunciare una parola di verità anche all’interno di questo disordine, spesso a costo di incomprensioni, ma - si chiede Pizzaballa - è stato sufficiente? Oppure, in questo periodo così duro, abbiamo a tratti privilegiato la prudenza e ricercato la sopravvivenza istituzionale, sacrificando la nostra testimonianza profetica? È una domanda che mi accompagna ogni giorno, a cui non è mai facile rispondere”.
Gerusalemme non è solo una questione di confini politici o accordi politici, la sua identità principale è essere il luogo della Rivelazione di Dio, casa di preghiera per tutti i popoli.
Conclude il patriarca come sia fondamentale che non si tolleri mai
“nessuna complicità con la cultura della violenza”,
mentre va dato spazio alla fiducia.
“Come è possibile fare tutto questo?”. La risposta del patriarca è semplice: “Da soli non possiamo. Ma non siamo soli. Gesù ci aspetta nelle nostre parrocchie, nelle nostre comunità di fede, nei nostri gruppi e movimenti ecclesiali. Alla fine, ciò che ci sostiene non è la nostra forza, ma la gioia del Vangelo”.