Il papa ha presieduto la recita del rosario nella Basilica di San Pietro

Prima di entrare nella basilica di San Pietro per presiedere la preghiera del rosario per la pace, nel tardo pomeriggio dello scorso sabato 11 aprile, papa Leone XIV si è fermato sul sagrato, davanti a una folla, circa tremila persone che non avevano trovato posto all’interno e che non lo attendeva.

“Vogliamo dire a tutto il mondo che è possibile costruire una pace nuova, con tutti i popoli di tutte le religioni, di tutte le razze, uniti come fratelli e sorelle in un mondo di pace”,

ha detto il papa. 

Poi ha benedetto i presenti e si è avviato verso l’altare per la veglia da lui annunciata il giorno di Pasqua durante il tradizionale, ma primo del suo pontificato, messaggio ‘urbi et orbi’ dalla loggia delle benedizioni della Basilica di San Pietro. 

La veglia è arrivata a pochi giorni dalla presa di posizione che ha segnato una settimana che ha visto il mondo sull’orlo del baratro. Martedì 7 aprile,  infatti, all’uscita dalle Ville pontificie di Castel Gandolfo, fermandosi con alcuni giornalisti, Leone XIV aveva definito “inaccettabile” la minaccia lanciata dal presidente americano Trump contro l’Iran. 

“Qui ci sono certamente questioni di diritto internazionale, ma c’è molto di più: c’è una questione morale per il bene del popolo”,

aveva detto, chiedendo di pensare

“a tanti innocenti, tanti bambini, tanti anziani totalmente innocenti che sarebbero anche loro vittime di questa escalation”. 

Parole che hanno dato alla veglia di sabato una densità diversa: non un rito programmato, ma una risposta maturata dentro una settimana di tensione crescente.

Anche la scelta della data non è stata casuale perchè l’11 aprile è la data in cui nel 1963 venne pubblicata l’enciclica ‘Pacem in terris’ di papa Giovanni XXIII oggi santo. E sempre il giorno 11, di ottobre 2025, il Pontefice aveva voluto presiedere un momento di orazione e raccoglimento per la pace in piazza San Pietro.

All’interno della basilica Leone XIV ha messo a fuoco subito il punto decisivo:

“La preghiera non è rifugio per sottrarci alle nostre responsabilità, non è anestetico per evitare il dolore che tanta ingiustizia scatena”.

È piuttosto, ha aggiunto,

“la più gratuita, universale e dirompente risposta alla morte”.

Non un invito alla consolazione, dunque, ma a quella forma di lucidità che nasce quando ci si riconosce disarmati e tuttavia responsabili. 

Il passaggio più diretto è stato rivolto ai capi di Stato e di governo:

“Fermatevi! È il tempo della pace! Sedete ai tavoli del dialogo e della mediazione, non ai tavoli dove si pianifica il riarmo e si deliberano azioni di morte”. 

Ma la riflessione non si è limitata alla politica internazionale: ha cercato la radice spirituale della violenza nell’idolatria del potere e del denaro.

“Viene trascinato nei discorsi di morte persino il Nome santo di Dio”,

ha osservato il Papa, descrivendo un mondo in cui “la realtà si popola di nemici” e le minacce sostituiscono le chiamate all’incontro.

“Basta con l’idolatria di sé stessi e del denaro! Basta con l’esibizione della forza! Basta con la guerra!”.

Leone XIV ha intrecciato la propria parola con quella di chi lo ha preceduto. Ha fatto proprio l’appello di san Giovanni Paolo II, pronunciato nel 2003 durante la crisi irachena, e ha richiamato il magistero di Papa Francesco, citando ‘Fratelli tutti’: la distinzione tra “architettura” e “artigianato” della pace, dove le istituzioni hanno il loro compito ma ogni persona ha il proprio posto “nel mosaico della pace”. È un tratto che sembra segnare questo pontificato: non inaugurare discorsi, ma abitare una tradizione e restituirle voce dentro le ferite del presente.

Chi si aspettava parole nuove ha trovato parole antiche rese urgenti dal contesto: è forse la forma più esigente di magistero, quella che rinuncia all’originalità per scegliere la fedeltà.


La pace come tessitura quotidiana

L’immagine più densa della serata è stata forse la più semplice.

“La pace si fa spazio così, parola dopo parola, gesto dopo gesto, come una roccia si scava goccia dopo goccia, come al telaio la tessitura avanza movimento dopo movimento”.

Un linguaggio che rifiuta l’accelerazione e restituisce alla pace la dimensione che il mondo le nega: quella del tempo lungo, dell’ostinazione silenziosa, della ripetizione che non è inerzia ma scelta. 

Il Papa ha chiesto di “non farci travolgere dall’accelerazione di un mondo che non sa cosa rincorre” e di tornare “a servire il ritmo della vita”. Il rosario, in questo senso, non è stato solo una preghiera ma un metodo. La veglia si è chiusa con una supplica a Cristo risorto, invocando lo Spirito “che rende fratelli e sorelle gli avversari e i nemici”. 

La veglia è stata seguita in tutto il mondo e rilanciata dalla Cei (la conferenza dei vescovi italiani) in tutte le chiese italiane.

Anche la comunità pastorale cittadina si è riunita in preghiera la sera di sabato scorso alle 20,45 nella chiesa di S. Ambrogio per la recita del ‘Rosario per la pace’.