L’enciclica presentata nel 135° anniversario della ‘Rerum Novarum’

La tecnica non va considerata, in se stessa, come forza antagonista rispetto alla persona: al contrario, essa è radicata nella nostra storia fin dal principio, in quanto fatto profondamente umano, legato all’autonomia e alla libertà dell’uomo». 

E’ una delle considerazioni iniziali di papa Leone XIV nella sua prima enciclica ‘Magnifica humanitas’, dedicata - è stato detto - alla questione dell’intelligenza artificiale (IA).  In realtà il documento è più una riflessione sulla custodia della persona umana al tempo dell’intelligenza artificiale. In ciò ponendosi in continuità col magistero di papa Francesco, che sul concetto di custodia ha imperniato larga parte delle sue riflessioni e dei suoi scritti.

Quello che ne esce è un umanesimo digitale coraggioso, attento al progresso della tecnica ma al tempo stesso alla dignità dell’uomo. «A tutti i fedeli cattolici, a tutti i cristiani, a tutti gli uomini e le donne di buona volontà rivolgo un accorato appello: non temiamo di sporcarci le mani nel cantiere del nostro tempo».

Significativo, in questo senso, che l’enciclica sia uscita nel 135esimo anniversario della Rerum Novarum, l’enciclica con cui Leone XIII delineò una riflessione sulla società, sull’economia e sulla politica del tempo ponendo le basi di quella che oggi chiamiamo “Dottrina sociale della Chiesa”, in piena rivoluzione industriale. 


«E quando - scrive Leone XIV nella Magnifica Humanitas - alcuni obiettavano che la Chiesa non doveva sprecare energie in questioni mondane, ma preoccuparsi di comunicare un messaggio di vita eterna, egli (Leone XIII, ndr) rispondeva con realismo e sapienza che l’annuncio del Vangelo non può dimenticare la vita concreta dei popoli». 


E dunque oggi le “nuove questioni” (res novae, appunto) sono quelle del progresso scientifico e tecnologico con l’IA come ultima frontiera (per ora) raggiunta. Una nuova rivoluzione industriale sul fronte cognitivo, cui urge dare una veste etica se è vero, come sottolinea il Papa nel testo, che «un tempo erano soprattutto gli Stati a guidare e indirizzare l’innovazione. Oggi, invece, i principali motori dello sviluppo sono attori privati, spesso transnazionali, dotati di risorse e capacità di intervento superiori a quelle di molti governi. Il potere tecnologico assume così un volto inedito, prevalentemente “privato”, e per questo ancora più difficile da discernere, governare e orientare al bene comune».

Una urgenza sottolineata dal fatto che Prevost ha inteso partecipare in prima persona, primo Pontefice della storia, alla presentazione del testo dell’enciclica, quasi un voler “metterci la faccia” oltre che la firma in calce.


Il testo dell’enciclica è stato redatto avvalendosi della competenza di Anthropic, una delle aziende leader nello sviluppo dell’AI: il cofondatore dell’azienda, il canadese Chris Olah, era presente alla presentazione del testo. Si tratta di una delle big tech entrata recentemente in polemica con Donald Trump, riguardo all’impiego del suo know how in ambito militare e della sorveglianza di massa. E lo scorso 13 giugno la Casa Bianca ha bloccato due modelli di IA di Anthropic.

Un segnale, la presenza del Papa alla presentazione dell’enciclica, a volerlo leggere con un pizzico di malignità, della scarsa simpatia tra Leone XIV e il presidente americano, anche se va detto che l’enciclica è frutto non delle contingenze mondiali (l’elezione di Trump, i conflitti in corso) ma di una riflessione che già una decina di anni fa la Santa Sede ha avviato con alcune delle aziende giganti del digitale sul tema dell’IA.


Posto che la lettura dell’enciclica (cinque capitoli più una introduzione e una conclusione, il testo lo si si trova anche sul sito www.vatican.va) può essere una lettura estiva alla portata di tutti, arricchente e che fa riflettere, il nocciolo si può riassumere, estremizzando un po’, così: l’IA non è un demonio da fuggire. Purché non se ne faccia un idolo portatore di denaro e potere, è uno strumento da usare responsabilmente. Per fare ciò, non bastano i giusti regolamenti giuridici, su cui pure l’Europa è all’avanguardia. Le norme, di per sé, non garantiscono un uso umano, equo e responsabile dell’IA, come di qualsiasi altra tecnologia.


Perché il rischio è quello di affidare a pochi operatori la gestione di trasformazioni che toccano la coscienza collettiva, l’educazione, il lavoro, l’informazione, la democrazia stessa. Dunque la questione riguarda non solo i legislatori e le autorità garanti ma anche i saperi scientifici, le campagne di sensibilizzazione, la formazione digitale diffusa, la capacità delle classi dirigenti di orientare le trasformazioni, il ruolo delle istituzioni educative nella costruzione di una consapevolezza digitale.


Per non parlare dell’addestramento degli algoritmi, della selezione e conservazione dei dati, dei valori e dei criteri che devono orientare i sistemi di governo dell’IA. Tutte scelte che non possono restare opache e/o frutto di scelte degli sviluppatori o di chi governa le big tech. Per un vero umanesimo digitale serve una responsabilità culturale condivisa.


Paolo Cova