Eugenio Teruzzi ripercorre i 19 anni di don Molinari ad Albiate

Nell’estate del 1976, quando arrivò come sacerdote novello, coadiutore ad Albiate, don Bruno Molinari presentò, in tratti essenziali, in una delle sue sintetiche ed efficaci omelie (mai più di 10 minuti!), il suo programma, affermando che avrebbe voluto essere semplicemente, come ogni prete: segno di carità, cioè di attenzione, di sensibilità discreta e sinceramente amichevole… in una casa che non ha porte, con una disponibilità che non ha ore; segno di povertà, cioè di fiducia nella bontà del Signore e nell’accoglienza della sua gente, espressione del desiderio di fidarsi solo della ricchezza di cui è testimone;   segno di unità, cioè di collaborazione, di intesa, di reciproca comprensione e accettazione.

Diciannove anni dopo, nel 1995, gli albiatesi salutavano il loro don destinato a diventare parroco a Bovisio Masciago, ricordandogli con diversi attestati di stima e molteplici pubblicazioni, che in effetti era stato: prete custode della soglia.

Sempre disponibile, con le sue fidate collaboratrici Fernanda e Giovanna, a rispondere, ad ogni ora, al trillo di quel campanello della sua casa, al centro della piazza Conciliazione, che lo metteva in comunicazione diretta con la comunità religiosa e civile, in una pastorale attenta ai vicini e ai lontani. 

Sacerdote custode della tradizione (attento alla preghiera e alla liturgia secondo la bellezza della regola), ma anche capace di immaginazione evangelizzatrice in una nuova stagione della vita parrocchiale del paese, don Bruno riusciva a far vivere le speranze della novità soprattutto nei giovani di Albiate, costante pensiero della sua attività.

Ma anche prete-educatore capace di lasciarsi accogliere da una comunità che aveva la sua storia e che, con le sue parole e i suoi sguardi, aveva progressivamente accompagnato nel cammino di crescita: nessuna rivoluzione ma costante semina, vissuta con la consapevolezza di ritenersi sempre “servo inutile” nel campo della testimonianza della differenza e dell’eccedente ricchezza del Vangelo. Catechesi, vita oratoriana, vacanze in montagna, pastorale giovanile, Azione cattolica, Azzurra… 

Guida carismatica, silenziosa e autorevole, don Bruno aveva l’intelligenza di costruire i cammini, di accettarne la gradualità, di partire sempre dall’altro ovunque si trovasse, di mostrarsi con il sorriso, riconoscente e contento delle gioie (forse piccole, ma vere e intense) disseminate qua e là.

Prete comunicatore e collaboratore, fondatore e direttore del quindicinale “Ul Lanternin”, estensore di numerosi articoli per il settimanale “il Cittadino”, docente presso la locale scuola secondaria di primo grado, ma soprattutto abile comunicatore dal pulpito, così come intrattenitore nei momenti di convivialità sulle panchine dell’oratorio o nei crocchi di ragazzi radunati in piazza dopo le messe domenicali. Tutti apprezzavano il suo sforzo comunicativo nella proposta incisiva dell’essenzialità evangelica, mai ridondante, sempre ordinata e fresca, con toni chiari e limpidi, che lasciavano trasparire un pensiero arguto, un discorso onesto e trasparente, che non cercava visibilità ma autenticità nell’incrocio di volti e pensieri. Don Bruno amava comunicare e condividere con i collaboratori non solo la fatica e la bellezza dell’azione, ma anche il prima (“il progetto”) e il dopo (“il resoconto”), così che non solo ogni passaggio fosse trasparente e credibile ma si creasse anche quel “senso di comunità viva in cammino” che gli stava tanto a cuore. 

E cinquant’anni dopo cosa resta di don Bruno a Albiate? 

Dopo decenni, solitamente, di un sacerdote si richiamano in vita le straordinarie opere strutturali lasciate in parrocchie e oratori, le plurime associazioni costituite, i mega-eventi ideati e progettati con la massima cura, le molteplici attività di sostegno e gli straordinari gesti d’amore e d’affetto compiuti verso singoli, i molteplici aneddoti della sua biografia (“ti ricordi quella volta che…”), i premi e i riconoscimenti eventualmente ottenuti… 

Del nostro don preferiamo ricordare che nel suo primo paese di ministero sacerdotale (come pensiamo in tutti gli altri in cui ha operato!) alcuni semi sono germogliati nel silenzio fedele dei suoi parrocchiani, impegnati ancora come lettori e cantori nel servizio delle liturgie domenicali, allenatori-guide e non solo istruttori, padri e madri di famiglie accoglienti, educatori e insegnanti testimoni di valori, uomini e donne impegnati nel sociale, non solo e necessariamente in oratorio, ma più in generale nella vita. 

Ecco allora cosa don Bruno troverà ancora di “suo” ad Albiate: il grazie di tante persone per il dono di essere state accompagnate a conoscere Gesù e a vivere la fede con una testimonianza affabile e discreta, silenziosa e decisa, che ora si perpetua non nel clamore ma nella silenziosa quotidianità. 

Don Bruno qui ha lasciato il segno… par-don i suoi segni!


Eugenio Teruzzi