I ricordi e le esperienze di una mamma, insegnante e catechista

Giorno della Prima Comunione quello di sabato 16 e domenica 17 maggio per quasi 300 bambini e bambine della comunità pastorale. Giorno di festa e di gioia per ognuno di loro, per le loro famiglie, i catechisti e le catechiste che li hanno accompagnati al primo incontro con Gesù nell’Eucarestia, per l’intera comunità che li sostiene con la preghiera.

Giorno che rievoca memorie ed emozioni profonde anche a me che, tra famiglia, scelta di un impegno in oratorio come catechista e una vita da maestra nella scuola primaria, ho vissuto tante volte questo momento da diverse prospettive. 

A partire dal mio ricordo da bambina quando, nell’abito bianco che era stato di mia sorella, uscivo dalla chiesa con una sensazione di grande leggerezza, una gran voglia di correre, cosa che caratterizzava i miei momenti felici. 

Ricordo una cerimonia solenne, la tappa dal fotografo per la foto ricordo, incorniciata e rimasta per molti anni sul mio comodino a testimonianza di uno dei giorni più importanti della mia vita. Una festa sobria, essenziale, com’era consuetudine in famiglia, ma proprio quell’essenzialità mi ha insegnato che il fulcro di quel giorno era il primo incontro a tu per tu con Gesù nel mio cuore, senza troppi fronzoli.

Negli anni le cose sono cambiate, il fare festa e condividere le vicende importanti della vita con i propri cari ha assunto dimensioni diverse. E festa c’è stata quando da mamma, con mio marito, ho accompagnato i figli al loro primo incontro con Gesù. La scelta di costruire una famiglia radicata nella fede ci aveva sollecitati a una coerenza, a una responsabilità come genitori ad essere di esempio e a trasmettere il nostro credo. 

Per questo abbiamo vissuto l’attesa del giorno della Prima Comunione con la preghiera in famiglia, con la trepidazione di chi conosce il valore e la centralità di Cristo nella propria vita, cercando parole e gesti che dessero significato e pienezza al dono che i nostri figli stavano per ricevere nell’incontro con Gesù. 

Emozioni e gioia che non dovevano, non potevano esaurirsi a “traguardo” raggiunto, ma dovevano tradursi in un quotidiano accompagnamento, pur con le difficoltà e le fatiche che la vita riserva, nella crescita della fede e della dimensione religiosa.

Come insegnante di scuola elementare l’appuntamento con la prima comunione dei miei alunni arrivava ogni cinque anni, in quarta. Era bello ascoltare i loro pensieri, desideri, aspettative, raccogliere qualche piccola preoccupazione, vedere l’entusiasmo tipico dei bambini per la festa loro dedicata. 

Ma coglievo anche di quinquennio in quinquennio il mutare dei tempi, il vivere quella giornata in un modo meno attento al sacramento o il fare scelte familiari distanti dalla proposta cristiana. 

Due anni prima della pensione, anche per via dei flussi migratori, solo la metà dei miei alunni si era accostata alla prima comunione, davvero un chiaro segnale dei cambiamenti in atto. 

Con le colleghe si pensava sempre a un piccolo ricordo, a una frase augurale per quell’occasione, per condividerne la gioia, certo, ma soprattutto per lasciare un messaggio nella loro vita. E l’attenzione era in un’ottica inclusiva, avendo cura di riservare un pensiero per tutti gli alunni, seppur con sfumature diverse. 

Proprio oggi accompagno i bambini all’appuntamento con Gesù da catechista, un servizio alla comunità che mi ha obbligato a interrogarmi sulla mia fede e sulla mia testimonianza cristiana. 

Non puoi parlare ai bambini di Gesù, farglieLo conoscere, spiegare loro il comandamento dell’amore che lo ha portato a morire in croce per noi, se queste per te sono parole vane, se non impegni la tua vita sulla sua Parola. 

Non è sempre facile parlare di Dio, di fede ai bambini in un contesto dove conta solo ciò che si vede, si sperimenta. E questo è ancora più difficile se in tante famiglie non si parla di Gesù, la messa è un optional e la fede una parola vuota.  

Tante volte nel preparare un incontro mi sono ritrovata a chiedere al Signore di aiutarmi a trovare le parole giuste, a gettare un piccolo seme che portasse frutto.

E oggi che i “miei” bambini sono sull’altare per ricevere Gesù per la prima volta io li affido a Lui, perché il suo incontro riempia di significati il loro cuore e la loro vita, possano fare esperienza del dono del suo amore e credano in Lui per la forza della sua Parola. 

Mariarosa Pontiggia