L’esempio e l’azione di Luca Attanasio nella rappresentazione di Cartanima
Quanti hanno avuto l’opportunità di assistere, il 3 e 4 dicembre, alla rappresentazione teatrale “Zona Umanitaria: variazioni su Luca Attanasio”, proposta dalla Scuola di teatro “Cartanima”, non hanno potuto fare a meno di sentirsi coinvolti e profondamente toccati dalla ricostruzione di un fatto tragico, ancora in attesa di giustizia.
Il tema del ricordo dell’ambasciatore italiano Luca Attanasio ucciso in Congo il 22 febbraio 2021 insieme al carabiniere che gli faceva da scorta e all’autista del mezzo su cui viaggiava per una missione umanitaria, è caro a Seregno e il Gruppo Solidarietà Africa ne ha fatto obiettivo del programma di condivisione delle realtà Africane.
Personalmente ho assistito per tutte tre le volte alla rappresentazione, con il desiderio di cogliere ogni parola e ogni fatto che la compagnia teatrale ha messo in scena: un argomento difficile, complesso e delicato per le sue numerose sfaccettature e perché parla di una storia ancora “troppo giovane” per essere narrata, ma Cartanima ha compiuto una narrazione molto veritiera, documentata e introspettata.
La figura dell’ambasciatore risalta per la sua coerenza e umanità nel condividere la realtà e i problemi della popolazione da rappresentante dello Stato Italiano quale era. La sua semplicità, l’empatia, il suo desiderio di conoscere e voler essere utile anche quando utilità significa fatica, sono state tra i principali aspetti emersi nel racconto incalzante, e ci hanno fatto rabbrividire, alcune registrazioni della sua voce.
In uno dei passaggi si recita:
“Luca era diverso, ti guardava come se ogni parola pronunciata valesse… ti ascoltava… e chi ascolta come conseguenza si assume delle responsabilità”.
Questo pensiero, di “parole e di ascolto” che è stato il modo di essere di Luca Attanasio, nella sua vita così come nel lavoro, mi rimanda a uno degli argomenti che, nel contesto sociale attuale di violenza di genere sia verbale che fisica on line e off line, abbiamo sviluppato in quest’ultimo periodo in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne.
Grazie alla collaborazione tra Lions, Rete Artemide, amministrazione comunale e farmacie, nel giardino Giulio Regeni (altro italiano in attesa di ‘verrità e giustizia’, ndr.) della Biblioteca Civica Ettore Pozzoli, è stato proposto alla popolazione un percorso riflessivo sul “Manifesto della comunicazione non ostile” guidato dall’avvocata Stefania Crema e dalla psicologa Linda Ferrigato.
Nel manifesto sono elencati 10 principi molto semplici che rimettono al centro dell’attenzione l’atto comunicativo per una relazione con l’altro più consapevole e rispettosa.
Ci sono parole capaci di ascolto che possono accorciare le distanze e parole che invece possono offendere, allontanare e creare ferite che non guariscono perché mirano a colpire direttamente la debolezza di chi abbiamo di fronte.
Per la loro importanza, dobbiamo fare molta attenzione all’uso che ne facciamo e soprattutto a come le scegliamo perché spesso possono influenzare le opinioni o anche determinare il corso degli eventi. Ecco allora che le parole sono un ponte (5° principio), che le parole hanno conseguenze (6° principio) o ancora che condividere è una responsabilità (7° principio), fino a renderci conto che prima di parlare bisogna ascoltare (4°principio).
Quanto poco ascoltiamo i giovani e quanto ci dimentichiamo che siamo quello che scegliamo di comunicare (2° principio), perché ogni parola che usiamo è una dichiarazione di identità e quando parliamo diciamo agli altri chi siamo.
Di una persona infatti quello che ci colpisce sono le cose che dice, ma anche in che modo le dice: noi ci innamoriamo dell’aspetto fisico di una persona, è vero, ma soprattutto ci innamoriamo del linguaggio che usa per comunicare.
Le parole danno forma al futuro, come ben descritto nella rappresentazione della figura di Luca Attanasio: “Quando visitava una scuola lui chiedeva sempre per prima cosa di parlare con i bambini. I bambini lo capivano e scrivevano sui quaderni “scuola, acqua e domani”; lui rispondeva “il domani lo costruiamo oggi”. Questo è il potere delle parole che diventano impegno di cambiamento per il futuro al quale ognuno di noi può contribuire come unico responsabile della riabilitazione delle parole di cui spesso oggi soffriamo il sovraccarico. Occorre lavorare tanto, come fanno i contadini con fatica, pazienza e con tre strategie importanti: coltivare il dubbio, riflettere, e quando non sappiamo le cose, scegliere il silenzio.
Mi piace concludere con una frase che Rosy Russo, fondatrice del Manifesto della comunicazione non ostile, predilige citare nei suoi interventi:
“Sapeva ascoltare e sapeva leggere. Non i libri, quelli sono buoni tutti, sapeva leggere la gente. I segni che la gente si porta addosso” (Alessandro Baricco).