Il richiamo contenuto nell’enciclica ‘Magnifica humanitas’ di Leone XIV

L’enciclica ‘Magnifica humanitas’ di papa Leone XIV in un tempo di trasformazioni tecnologiche veloci e profonde, contiene un richiamo forte e straordinario alla dignità del lavoro rivolto alle istituzioni, alle imprese, alle parti sociali e a tutti coloro che hanno a cuore la centralità della persona e la giustizia sociale come responsabilità collettiva. 

Attraverso il lavoro la persona sviluppa molte dimensioni della propria esistenza contribuendo al progresso della società e alla costruzione del bene comune. Per questo il lavoro non deve essere solo strumento o mezzo di sostentamento, bensì la realizzazione di un cammino e un’esperienza relazionale che porti verso la maturità e verso il contributo alla comunità. L’obiettivo è mettere ciascuno nella condizione di vivere dignitosamente attraverso il proprio lavoro.


Questi principi inducono a riflettere su quanto recentemente accaduto a Amendolara, in Calabria: quattro braccianti che lavoravano da tempo nei campi in Italia, sono stati chiusi in un’auto piena zeppa di benzina e bruciati vivi. 

Questi uomini sono coloro che garantiscono la filiera agroalimentare raccogliendo le fragole o i pomodori che poi giungono sulle nostre tavole: i braccianti, secondo un pensiero prevalente, non sono persone con diritti, ma corpi da sfruttare in nome del profitto. 

Questo accade in ogni regione d’Italia, anche in alcune aziende agricole del Nord a due passi dalle nostre case, dalle nostre scuole, dalle nostre vite che scorrono normalmente. Sono storie che fanno effetto perché descrivono azioni brutali e sconvolgenti, ma è altrettanto facile dimenticarsene. 


Esistono parimenti anche situazioni lavorative che riguardano alcune professioni del sociale che spesso restano nell’ombra, dettate da motivazioni altissime, ma vissute in condizioni di lavoro in cui si continua a premiare il ribasso invece che la qualità. I giovani faticano a scegliere alcune di queste strade non per mancanza di passione, ma per eccesso di solitudine e di promesse mancate. 

Gli educatori socio-pedagogici, professionisti laureati con competenze specifiche, svolgono lavori nelle comunità dove c’è richiesta continua di presenza e attenzione in situazioni complesse. 

Il ruolo sociale di queste figure è spesso svalutato e il riconoscimento economico in alcuni casi è simile all’importo del sostegno ricevuto dalle persone fragili che seguono. 

Analoga situazione vivono gli assistenti sociali: molti cittadini li credono onnipotenti e quando si accorgono che le aspettative personali vengono disattese riversano su di loro la propria delusione che si esprime in un mare di rabbia talvolta con episodi di aggressioni e minacce. 

Il rischio è di svalutare un’attività che ha invece un compito cruciale e delicato in moltissimi ambiti della vita quotidiana. Molti studenti in ambito sociale si chiedono: “Saremo coloro che aiutano i bambini o quelli che li portano via ingiustamente?” 

Chi sceglie questo lavoro sa che non starà “tranquillo”, che non sempre avrà la possibilità di lavorare in una équipe strutturata e che dovrà saper tenere insieme la testa e il cuore per gestire situazioni che tendono a rompersi. 

E’ un momento complesso per le professioni di cura come si vede anche in ambito infermieristico: un sistema in affanno con personale ridotto al minimo e turni spesso spesi a tamponare disservizi piuttosto che a migliorare la presa in carico della persona in una società che invecchia. 

Gli operatori socio-sanitari che lavorano presso le residenze per anziani devono assolvere un susseguirsi di compiti come in una catena di montaggio cercando di scambiare anche qualche parola con l’ospite.

Il riconoscimento delle loro competenze è cruciale per restituire dignità a queste persone che si occupano dei bisogni primari dei più fragili attraverso l’importante compito della relazione con l’assistito: la cura non è mai solo una somma di prestazioni da calcolare in “minutaggio”. 

Solo le sfide per innovare le politiche dei servizi e delle prestazioni finalizzate a migliorare la qualità di vita dei cittadini potranno attrarre nuovi professionisti.  


Le professioni del sociale sono atti culturali e politici: inadeguati riconoscimenti e condizioni di lavoro insostenibili non possono frenare le motivazioni più autentiche alla base di importanti scelte di lavoro e di vita. Oggi i professionisti hanno una nuova consapevolezza del loro ruolo negli scenari lavorativi. L’impegno auspicabile deve essere quindi quello di trasformare i luoghi di lavoro in contesti capaci di garantire benessere e flessibilità.


Mariapia Ferrario

Foto di copertina realizzata con supporto AI da eRreVierRe communication. L’immagine è puramente illustrativa, non rappresenta la reale situazione descritta nell’articolo ed è utilizzata esclusivamente a scopo narrativo e di accompagnamento al testo.